La divinità delle cose comuni

"Un'altra cosa che mi insegnò il tempo passato a Nazaret alla scuola di Gesù fu la divinità delle cose comuni.

Se Dio era con me, nella mia casa, nelle mie cose, tutto era divino. Cielo e terra erano fusi senza soluzione di continuità.

Dov'era l'entrata del regno, se Gesù era con me. Io ero già nel regno: dovevo solo prenderne coscienza.

Difatti lui sovente ripeteva: "Il regno di Dio è tra di voi" (Lc 17, 21).

La cosa è molto importante per dare alle cose della terra il loro giusto valore.

Quante volte noi sulla terra siamo tentati di considerare il lavoro, il pane, l'impegno come delle cose vuote di Dio, laiche, indifferenti.

Ma non è così. Se Gesù è presente nel tuo lavoro, il tuo lavoro è sacro. Se Dio vive nel tuo impegno, il tuo impegno è preghiera. Se nella tua casa c'è Gesù, la tua casa è vera chiesa.

Sì, è una delle cose più importanti che devi capire: la frontiera dell'Invisibile è nella fede, non della realtà.

Dopo l'Incarnazione la realtà è divenuta divina perché Gesù è entrato in essa e tu, toccando la realtà, tocchi il divino.

Se il Verbo si è fatto carne, tutta la carne si è fatta Verbo.

Tutto l'universo è diventato Parola di Dio.

Il visibile dell'universo è il segno della Parola, è l'invisibile di esso ne è lo Spirito.

No, gli uomini non sfuggiranno a questa infinita sollecitazione del reale oramai investito e abitato da Dio.

Non è possibile.

Puoi comprendere, adesso, l'importanza della fede, della speranza, della carità che ti portano al di là della frontiera del visibile.

Nella fede tu parli con Dio, nella speranza tu ascolti Dio, nella carità tu sperimenti Dio.

Capisci?

È il reale l'ambiente di Dio.

Nazaret per me era l'ambiente di Dio perché era il mio reale.

E non dovevo impadronirmene.

È una delle tentazioni più sottili quella d'impadronirsi di qualcosa.

E, impadronendotene, togli alle cose la loro trasparenza, la loro libertà, la loro identità.

Impadronendoti della creazione, tu strumentalizza la creazione e ne diventi schiavo.

Ogni cosa ha la sua vocazione, e la libertà è la voce di ogni vocazione.

Io avevo mio figlio Gesù, ma mio figlio Gesù era perfettamente libero e il nostro amore doveva maturare nella libertà reciproca.

Quanto è difficile vivere l'amore senza cadere nel possesso che è schiavitù!

E noi siamo chiamati a libertà.

Era questo che Gesù ci insegnava e viveva: libertà dal denaro, libertà dagli idoli, libertà dall'opinione pubblica, libertà dalla paura, libertà da tutto.

Dovevamo "possedere come se non possedessimo, piangere come se non piangessimo, ridere come se non ridessimo" (cfr. 1Cor 7,30ss).

Sentivamo tra quelle mura che "tutto era nostro ma noi eravamo di Gesù e Gesù era di Dio" (cfr. !Cor 3,23).


[...] Mi era toccato di stare con lui quand'era piccolo ed ero tanto felice; ora mi toccava di stare con lui nella sua vita di adulto.

Io non desideravo nulla, se non quello di stare sempre vicino a lui.

Non sapevo nulla ma era lui stesso che diventava la mia sapienza.

Non sentivo nemmeno il bisogno di andare alla Sinagoga perché la sua parola mi bastava.

A ricordare quel tempo mi sento esaltata.

Mi pareva di pregare sempre, meglio: di essere sempre in preghiera.

Del resto che cos'è la preghiera se non lo "stare con Dio"? E io restavo con Dio ventiquattro ore su ventiquattro, sempre.

Anche lui viveva così, lo si vedeva.

Bastava guardarlo. Era l'unità perfetta fra ciò che pensava e ciò che faceva.

Era sempre con se stesso e ubbidiva nello stesso tempo ad una realtà che abitava in lui nel profondo.

Era abitato.

"Tu in me e io in te", sussurrava sovente, onde "siamo consumati nell'unità" (cfr. Gv 17,21-23).

E io sapevo che parlava del Padre."


Carlo Carretto, tratto dal libro "Beata te che hai creduto", edizioni paoline



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